Il mio impegno per la prevenzione

La notizia era nell’aria già da qualche tempo, ma ora, forte dei risultati di uno studio pubblicato su Jama Surgerym che conferma il fenomeno, è balzata alla ribalta sulla stampa internazionale. Lo studio prova infatti che ogni anno una donna su 30mila con protesi al seno sviluppi un linfoma anaplastico a larghe cellule, un tumore raro del tipo non-Hodgkins (in inglese Breast Implant-Associated Anaplastic Large Cell Lymphoma, Bia-Alcl).
Secondo gli autori della ricerca che hanno analizzato 115 lavori pubblicati, e seguito negli anni, 95 donne con Bia-Alcl, sotto accusa sono in particolare le protesi cosiddette testurizzate, cioè quelle dalla superficie esterna rugosa, meglio tollerate da chi le riceve che non quelle lisce. Le protesi rugose provocherebbero uno stato di infiammazione cronica nei tessuti circostanti l'impianto, che a sua volta è responsabile dello sviluppo del linfoma. Il linfoma a grandi cellule associato alle protesi è comunque un tumore a prognosi favorevole nelle pazienti che rimuovono sia le protesi che il tessuto che le circonda.

“Diventa così fondamentale per ogni professionista, informare il paziente del rischio di ammalarsi e di sottolineare l'importanza dei controlli di routine negli anni che seguono l'intervento – spiega il dott. Vicenzo Colabianchi – Io, da sempre, non solo informo chi decide si sottoporsi ad una mastoplastica additiva delle possibili problematiche legate all’intervento e condivido con lui la scelta delle protesi ottimali, ma espongo chiaramente le eventuali conseguenze che potrebbero verificarsi nel tempo e, soprattutto, mi impegno ad offrire controlli periodici negli anni. Un esempio? Di recente ho visitato una mia paziente che ho operato 25 anni fa”.